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Osservazioni in merito alla rilevanza penale dell’elusione fiscale

Dèsirèe Fondaroli

Archivio Penale pp. 131-138
DOI 10.12871/978886741817610 | © Pisa University Press 2017
Ricevuto: 17 febbraio 2017 | Accettato: 21 febbraio 2017 | Pubblicato: 22 febbraio 2017


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Riassunto

L’Autore pone l’attenzione sulle reazioni contrastanti emerse a seguito dell’emanazione del d.lgs. 5 agosto 2015, n. 128, dalla evocativa rubrica “Disposizioni sulla certezza del diritto nei rapporti tra fisco e contribuente, in attuazione degli articoli 5, 6 e 8, co. 2, l. 11 marzo 2014, n. 23”: da un lato, uno stato latente e diffuso in tutti i settori giuridici, in particolare in quello tributario; dall’altro, la delusione immediata intravista dallo spiraglio di luce che la riforma lasciava presagire, a fronte del rinnovarsi del dibattito generato dal dettato del co. 13 del neo-introdotto art. 10-bis (Disciplina dell’abuso del diritto o elusione fiscale) della l. 27 luglio 2000, n. 212, e successive modificazioni, contenente lo Statuto dei diritti del contribuente (art. 1 d.lgs. n. 128/2015).


Sommario

L’art. 10-bis della l. n. 212/2000, contenente la “disciplina dell’abuso del diritto o elusione fiscale”, è stato introdotto dal d. lgs. 128/2015, significativamente rubricato “Disposizioni sulla certezza del diritto nei rapporti tra fisco e contribuente”.

Il comma 13 della norma stabilisce che “le operazioni abusive non danno luogo a fatti punibili ai sensi delle leggi penali tributarie”.

La giurisprudenza recente, intervenendo nel dibattito tuttora aperto, evidenzia i confini tra elusione (penalmente irrilevante) ed evasione fiscale, rimarcando la primazia dell’accertamento della tipicità del fatto.


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