La “scienza normale” del pubblico ministero
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Ricevuto: 08 April 2026
| Accettato: 16 April 2026
| Pubblicato: 21 April 2026
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Riassunto
Ove si declini l’attività di indagine secondo gli schemi della ricerca euristica, è possibile esaminarne le dinamiche attraverso le categorie epistemologiche elaborate da Thomas Kuhn ne La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Secondo tale impostazione, nelle fasi di “scienza normale”, l’attività dello scienziato è orientata unicamente alla conferma degli assiomi condivisi dalla propria comunità di riferimento (il paradigma). Tuttavia, l’insorgenza di anomalie sistemiche impone una rottura epistemologica, che determina il superamento del modello preesistente in favore di nuove coordinate ermeneutiche. Lo scienziato è, così, abilitato ad una reinterpretazione dei dati di realtà; le aporie sorte nel precedente quadro concettuale vengono superate attraverso l’adozione di nuovi protocolli di risoluzione dei problemi.
Trasponendo la prospettiva kuhniana nella dinamica delle indagini preliminari, emerge come l’attività dell’organo inquirente si esplichi, di regola, entro un alveo di “scienza normale”: il pubblico ministero tende ad operare entro i confini di un paradigma investigativo predefinito, orientando l’acquisizione degli elementi di prova al consolidamento dell’ipotesi ricostruttiva originaria, la quale si cristallizza progressivamente nel corso del procedimento. L’assunto trova conforto nelle acquisizioni della psicologia cognitiva, segnatamente con riferimento all’euristica descritta da Daniel Kahneman mediante l’acronimo WYSIATI.
Assunta l’ipotesi per cui le fasi di “scienza normale” sono destinate a soccombere dinanzi ad eventi di rottura epocale, ne consegue che soltanto l’insorgenza di un’evidenza extrastatutaria – id est, l’anomalia kuhniana – è in grado di indurre l’organo inquirente ad un’integrale revisione del paradigma investigativo. Tale mutamento costituisce il presupposto indefettibile per una rilettura dei fatti, preordinata all’approdo verso esiti conoscitivi precedentemente esclusi dall’orizzonte ermeneutico dell’indagine.
Questa impostazione impone un approfondimento sulla natura intrinseca di siffatte anomalie, volto a verificare se la loro emersione sia condizionata dai singoli modelli processuali o se, al contrario, l’esigenza di superamento delle rigide classificazioni tra sistemi accusatori e inquisitori sia, da questo punto di vista, ineludibile. In tale prospettiva, l’isolamento autoreferenziale dell’organo inquirente – autentico solipsismo investigativo – si configura come una patologia metodologica da rifuggire in ogni ordinamento, in quanto ontologicamente incompatibile con il fine di verità sotteso all’accertamento giudiziale.
The “normal science” of the Prosecutor
Where investigative activity is construed according to the frameworks of heuristic inquiry, its dynamics may be examined through the epistemological categories elaborated by Thomas Kuhn in The Structure of Scientific Revolutions. According to this approach, during phases of “normal science” the scientist’s activity is directed solely toward confirming the axioms shared by the relevant scholarly community (the paradigm). However, the emergence of systemic anomalies imposes an epistemological rupture, leading to the overcoming of the pre-existing model in favor of new hermeneutical coordinates. The scientist is thus enabled to reinterpret empirical data: the aporias that had arisen within the previous conceptual framework are overcome through the adoption of new problem-solving protocols.
When the Kuhnian perspective is transposed to the dynamics of preliminary investigations, it becomes apparent that the activity of the prosecuting authority generally unfolds within a condition analogous to “normal science”: the public prosecutor tends to operate within the boundaries of a predefined investigative paradigm, orienting the acquisition of evidentiary elements toward the consolidation of the original reconstructive hypothesis, which progressively crystallizes over the course of the proceedings. This assumption finds support in the findings of cognitive psychology, particularly with reference to the heuristic described by Daniel Kahneman through the acronym WYSIATI.
If one assumes that phases of “normal science” are ultimately destined to succumb to epochal moments of rupture, it follows that only the emergence of extra-statutory evidence — id est, the Kuhnian anomaly — is capable of inducing the prosecuting authority to undertake a comprehensive revision of the investigative paradigm. Such a shift constitutes the indispensable precondition for a renewed interpretation of the facts, aimed at reaching epistemic outcomes previously excluded from the hermeneutic horizon of the investigation.
This perspective calls for an inquiry into the intrinsic nature of such anomalies, aimed at determining whether their emergence is conditioned by specific procedural models or whether, conversely, the need to transcend rigid classifications between accusatorial and inquisitorial systems is, from this standpoint, unavoidable. Within this framework, the self-referential isolation of the prosecuting authority — a genuine investigative solipsism — emerges as a methodological pathology to be avoided in any legal order, insofar as it is ontologically incompatible with the pursuit of truth underlying judicial fact-finding.
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